Parco Ortofrutticolo di Porta Romana

 

 

 

 

 

Milano è una città che, a dispetto della fama di “città di cemento”, ha in realtà numerose aree, filari e ritagli di verde. Il problema è che, pur in presenza dei parchi di maggiori dimensioni e più noti, tali ambiti non riescono a costituire sistema e a trasformarsi in fattori di identità e di qualità dell’abitare, ma permangono come aree di risulta: semplici negativi del tessuto edificato.

Perché questo accada, più che percentuali urbanistiche asservite agli sviluppi residenziali, secondo pur avvertite norme di piano, occorrerebbe avere in mente un’idea di disegno della città, in cui essi giochino un autonomo ruolo, essenziale nel delineare i tratti di una forma urbis capace di esprimere una reale elevato standard insediativo.

In particolare, cinque sembrano i fattori indispensabili per trasformare la presenza del verde in tratto caratteristico del volto della città:

  1. Avere dei parchi urbani, di rilevanti dimensioni e interni al perimetro di prima cintura, tali da costituire luoghi con un respiro di disegno autonomo e, al tempo stesso, capisaldi di una riorganizzazione del generale contesto metropolitano.
  2. Porre in relazione tra loro questi capisaldi con una rete non solo di verde puntuale (i filari), ma con sistemi articolati di verde attrezzato (sfruttando anche i giardini a scala di quartiere, ove presenti), soprattutto sotto il profilo delle percorrenze ciclopedonali, e con integrative risorse di accessibilità interconnessa, in termini di mezzi pubblici di trasporto.
  3. Caratterizzare i parchi urbani non solo in proiezione futura, come occasioni di ripensamento della città, rispetto all’attuale accresciuta attenzione per l’ambiente e per la sostenibilità, ma anche in prospettiva storica, quali fattori di recupero di identità dimenticate e che possono giocare un ruolo importante (sia in termini di benessere fruitivo, sia di educazione      formativa, sia di esperienza turistica) nel connotare l’immagine di Milano, anche per un visitatore internazionale.
  4. Arricchire i parchi di funzioni, compatibili e anzi organiche al loro essere luoghi di salute, svago, apprendimento, condivisione, socialità, sport, ecc. Le aree verdi asservite allo sviluppo delle destinazioni residenziali non sono veri luoghi pubblici, nel senso di espressione di tensioni e idealità partecipate, quanto piuttosto spazi di aperta fruizione privata. Non      vengono riconosciuti come luoghi della collettività; non ci si preoccupa della loro tutela; necessitano di presidi e di vigilanza nelle ore notturne.
  5. Più che la realizzazione dei parchi è la loro gestione e manutenzione che costa in modo rilevante. E’ per questo che dovrebbero essere sempre momenti di sviluppo di attività associative e di occasioni di patrocinio e sponsorizzazione, tramite concessioni di aree, organizzazione di eventi, potenzialità di volani economici; in modo da trasformarsi da voci di costo in opportunità virtuose fondate sull’autosostentamento.

Su queste semplici basi, a titolo di puro stimolo alla riflessione, e con attenta e rispettosa attenzione a quanto si va articolando e proponendo in questi mesi per il futuro destino delle aree degli ex scali ferroviari, l’Associazione Culturale Hortus 2015 si è fatta promotrice dell’allegata schematica elaborazione, raccogliendo intorno ad essa il consenso e l’adesione di altre associazioni attive e sensibili al tema.